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Se vuoi la pace, prepara la guerra

Le mosse di Nato e Russia in caso di conflitto


50mila soldati, una sessantina di navi, 250 fra elicotteri e aerei e 10mila veicoli militari si aggirano da qualche giorno nei pressi dei fiordi norvegesi. Chiariamo subito, nessuno vuole attaccare militarmente la penisola scandinava, tantomeno conquistarla, la mole di forze militari appena elencate sono infatti i numeri della Trident Juncture, l’esercitazione dell’Alleanza atlantica iniziata il 25 ottobre e che terminerà il 7 novembre. Tutti e 29 i paesi alleati hanno inviato contingenti militari (l’Italia in prima fila con circa 1200 uomini) mentre Svezia e Finlandia collaboreranno come partner esterni.

 

 

L’operazione è stata presentata come prettamente difensiva (come del resto dovrebbe essere lo scopo del Trattato Atlantico), la Nato infatti mira a testare le capacità delle proprie unità di risposta (NRF) e quelle di risposta rapida (VJTF), rafforzate a seguito della crisi in Crimea del 2014. In caso di minaccia queste saranno dislocate in tempi rapidi (dai due ai cinque giorni) nei teatri a più alto rischio, fra cui Ungheria, Polonia e i Paesi baltici, dove strutture ed equipaggiamenti sono già stazionati in previsione di un possibile futuro impiego.

 

 

Non è un caso che il rafforzamento delle unità sia avvenuto a seguito dell’annessione alla Russia della penisola posta sul Mar Nero, né che gli stati ritenuti a rischio abbiano come comun denominatore i confini russi. Il principale “nemico immaginario” della Trident Juncture è infatti l’esercito russo, e le manovre atlantiche sono, almeno in parte, una risposta alla dimostrazione di forza alla Vostok-2018, l’esercitazione militare svoltasi tra l’11 e il 15 settembre nella regione di Trans-Baikal, ai confini orientali della Federazione.

 

 

L’operazione ha mobilitato circa 300mila uomini e l’utilizzo di oltre mille mezzi dell’aviazione, facendo di Vostok-2018 la più grande esercitazione di truppe negli ultimi 40 anni in tutta l’area dell’ex Unione Sovietica. Per dare un paragone concreto, l’ultima volta in cui Mosca impiegò una forza di simili proporzioni fu in occasione di Zapad-1981, ai tempi dell’intervento in Afghanistan da parte dell’Armata Rossa. Inoltre, hanno preso parte all’esercitazione contingenti mongoli e cinesi, presenza che consolida ulteriormente la partnership strategica fra Mosca e Pechino, entrambi i Paesi condividono infatti minacce regionali e globali.

 

 

Questi esercizi militari ricordano quelli dell’Armata Rossa durante la Guerra Fredda, e giungono in un momento di evidente tensione nelle relazioni internazionali tra la Russia e le forze della Nato. Soltanto un mese fa Trump aveva annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo INF (Intermediate-Range Nuclear Forces), firmato nel 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbacev, e che imponeva a entrambi gli Stati la distruzione dei missili balistici a medio raggio. La motivazione della Casa Bianca sarebbe che: “Sono anni che la Russia viola l’accordo. Abbiamo le prove che la Russia sta costruendo un missile a medio raggio, vietato, che potrebbe colpire l’Alaska o l’Europa”. Una decisione che, se confermata, potrebbe segnare una nuova corsa al riarmo nucleare, questa volta allargato però a “nuove potenze”, come ad esempio India e Pakistan.

 

L’Artico, proprio come durante la Guerra Fredda, torna quindi ad essere un plausibile scenario di scontro, ma a differenza delle tensioni tra Usa e Urss, questa volta a scontrarsi sarebbero, sia da una parte che dall’altra, delle forze imperialiste. Scontro che attualmente avviene solo economicamente, con Usa e Nato da una parte e i Paesi cosiddetti BRICS (come Russia e Cina, appunto) dall’altra. L’oggetto della loro competizione è infatti la conquista di posizioni migliori nei propri mercati internazionali per i propri monopoli economici, del controllo delle risorse naturali, delle vie di comunicazione e delle rotte commerciali. Si innesca così la continua esplosione di nuovi conflitti su scala locale, dipendentemente dalle risorse naturali e dalla posizione geografica delle varie regioni del mondo, che diventano così scenari di scontri inter-imperialistici che portano povertà e morte per gli incolpevoli residenti.

 

“Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” (dove fanno il deserto, la chiamano pace), un insegnamento che Tacito ci ha lasciato 2000 anni fa, ma che ancora ci ostiniamo a non capire.

 

Antonio Tedesco


Antonio Tedesco è studente di Scienze Politiche e Internazionali all'Università degli Studi di Torino.
Aspirante giornalista, è appassionato di politica, geopolitica ed eventi storici.