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Più Danni che Benefici

Salvini, Trump e il Protezionismo del “Made in Our Beloved Country”


- Argomento: Trade War

Da qualche settimana, nel piccolo paesino del meridione dove ho vissuto la maggior parte della mia vita, hanno rimesso in funzione una fontana, comunemente chiamata “la cascatella”, cui ricordo essere attiva quando ancora ero in tenera età, per poi essere chiusa tutti questi anni. Tornato per le vacanze estive, sono rimasto soddisfatto del grado di mantenimento e pulizia con cui è tenuta la fontana, con anche l’apertura di un parco canile e un campo di bocce, in cui rilassarsi fra l’apertura di un cantiere e un altro.

In particolare, vi è un signore che manutiene l’area circostante. Ogni mattina presto, il signor Michele, infatti, si reca alla “cascatella” per curarne il prato e ripulirla dai rifiuti lasciati la sera prima, contribuendo al decoro cittadino e al mantenimento degli spazi pubblici. Un servizio, che per un paese di provincia del Mezzogiorno può fare la differenza fra la decenza e il decadimento urbani. Ciò che mi ha colpito di più del motivo per cui questo signore provvede alla conservazione della zona sono quei €20 al giorno che il ristorante vicino gli dà per eseguire il lavoro. Quello che può sembrare una paga da fame, per lui invece è quel giusto con cui può vivere la sua vita quotidiana. “Io con questi soldi mi ci vesto, ci mangio, ci vivo tranquillamente. Tanto per me non c’è differenza fra un vestito cinese e uno di Prada”.

In breve, la sua vita si basa esclusivamente su quei prodotti importati a poco prezzo, e che quindi vengono immessi sul mercato finale a prezzi super competitivi per il consumatore. In quest’articolo non cerco di sostenere che il Made in Italy e il mercato dei prodotti di lusso, su cui il nostro Paese fonda gran parte delle sue entrate, non siano vitali per l’economia nostrana. Piuttosto, focalizzandomi sul benessere dei cittadini meno abbienti, il ragionamento che mi sovviene è, quanto più, incentrato sulle tariffe e i dazi imposti sull’importazioni di merci meno costose. Cioè, quello che in questi ultimi tempi è la crociata che il presidente Trump sta intraprendendo contro Cina e Unione Europea e che tanto sta influenzando anche le politiche del ministro Salvini: la cosiddetta “trade war”.

Lasciate che parta con una delle nuove manovre economiche di Mr. Trump: l’implementazione di dazi all’entrata su acciaio e alluminio, rispettivamente al 25% e 10%. Per galvanizzare la morente industria metallurgica americana l’ultima trovata del governo americano è l’imporre tariffe doganali sull’importo di metalli, cosicché l’acciaio e l’alluminio Made in USA siano più competitivi e quelle industrie che li utilizzano per i prodotti finiti siano inclini a comprare la materia prima sul mercato domestico.

In breve, i dazi sono tasse che creano un cuneo fra il prezzo pagato dai compratori e quello che viene garantito ai venditori stranieri, su una data merce. Quindi, imponendo delle tariffe all’entrata per l’acciaio e l’alluminio stranieri, i fornitori esteri sono scoraggiati dal vendere i propri beni sul mercato americano, vedendo i propri guadagni diminuire data la tassa imposta. Esempio: se prima vendere una tonnellata di acciaio garantiva un guadagno di $100, con i dazi imposti dall’amministrazione Trump, ora viene garantito un guadagno di $75, poiché il %25 del costo dell’acciaio ($25 in questo caso) viene assorbito dalle tasse sotto forma di dazi doganali.

Le tariffe, quindi, somigliano a delle imposte sulle vendite nel senso che scoraggiano scambi che possono essere benèfici per ambo i lati. Ma hanno la caratteristica in più di discriminare i prodotti secondo la loro provenienza geografica e possono essere imposti in diverse percentuali su diversi prodotti, incoraggiando così il lobbismo di compagnie e aziende più influenti in cerca di protezione (The Economist 2018).

Il ragionamento dietro le manovre economiche dell’amministrazione Trump è che ciò porterebbe un vantaggio per i fornitori, i quali vedono la propria materia prima immessa sul mercato a prezzi estremamente più vantaggiosi rispetto ai competitori stranieri, con anche la promessa di salvaguardare i posti di lavoro nelle industrie americane. Ma per i compratori, sia le compagnie che utilizzano le materie prime per i propri prodotti finiti, che i consumatori finali, i prezzi della materia prima aumentano esponenzialmente, mancando la competitività dei prodotti esteri, e quindi creando una situazione quasi monopolizzante da parte delle industrie siderurgiche domestiche. Insomma, i produttori di acciaio e alluminio dell’Indiana vedranno i propri guadagni incrementare, ma Mr. Johnson noterà con sconcerto che il prezzo della birra al suo minimarket di fiducia sarà aumentato. Dazi e tariffe distorcono il corso dell’economia riducendo la produttività e creando disagi per i consumatori finali.

Su una nota più geopolitica, d’altronde, una “guerra commerciale” fra gli USA e il loro nemico number one, la Cina, potrebbe erodere il sistema di commercio multilaterale che si è venuto a creare nello scorso secolo, e che governa il sistema economico mondiale fin dagli anni ’90. Riportando, invece, il modello a un’economia di stampo Hobbesiano, in cui è il leviatano statale a decidere quali manovre adottare, al posto di seguire l’andamento naturale del mercato (The Guardian 2018). Inoltre, le nazioni soggette ai dazi sicuramente non rimarrebbero a guardare impassibili le proprie merci ostracizzate da un mercato intero, specialmente uno considerevolmente importante come quello americano, aumentando il rischio di rappresaglie fra gli attori economici in ballo. In più, è dovuto notare che i maggiori esportatori di acciaio verso gli USA sono il Canada e l’UE, fidatissimi alleati americani, e non la Cina. Imporre dazi su uno stato considerato nemico può anche sembrare una mossa logica, almeno a livello politico. Ma imporne sui propri alleati non trova giustificazione che tenga.

Ma tornando alla nostra preoccupazione principale, l’imposizione di dazi, che il ministro Salvini sbandiera per poter proteggere il Made in Italy, ricreerebbe anche nel nostro Bel Paese dei meccanismi che si incastrerebbero con il corso dell’economia. Soprattutto con il benessere di quella fetta di cittadini meno abbienti, necessitanti di prodotti e merci più facilmente ottenibili. Così come il signor Michele, che con €20 al giorno riesce a trascorrere una vita relativamente agiata e a soddisfare i propri bisogni, grazie all’acquisto di merci e vestiti importati da manifatturiere a buon mercato e a prezzi competitivi. L’imposizione di tasse innaturali per il corso dell’economia, decise da un organo politico che ostacola l’andamento del mercato multilaterale e degli accordi commerciali bilaterali fra due paesi non può di certo giovare.

Nonostante ciò, alcuni argomenti possono essere in favore dei dazi. Per esempio che i guadagni derivanti dalle tariffe doganali sono più facili da riscuotere rispetto alle imposte sulle vendite nei paesi più poveri, avendo solo bisogno di infrastrutture in porti ed aeroporti. Oppure che in determinate circostanze possono offrire sollievo temporaneo alle industrie domestiche che hanno bisogno di rimettersi al passo con i competitori stranieri, bloccando gli influssi di merci di quest’ultimi (The Economist 2018). Ma i guadagni provenienti dall’imposizione di tariffe doganali sono minori in confronto al disagio arrecato alla popolazione derivante dall’aumento dei prezzi. Di sicuro la presenza statale nell’economia domestica di un paese è fondamentale per la regolazione dei flussi sia di merce e di denaro, sia per la legalità del mercato stesso. Ma il paternalismo centralista di politiche conservatrici può arrecare un forte danno a quegli stessi elettori che si sentono protetti da un’attitudine governativa che fa la voce grossa.

Marco Rossi


Marco Rossi, dopo la Laurea Triennale in Lingue, Cultura e Società della Cina all'Università Ca' Foscari di Venezia, e un semestre in exchange a Pechino alla Beijing Normal Uniersity, è ora di base a Londra in procinto di completare un MSc in Antropologia alla London School of Economics and Political Science. Fa parte di BridgeMakers fin dalla sua nascita, contribuendo agli aspetti di monitoring, content creation e scrittura dei progetti.


Referenze Bibliografiche

Trump's China tariffs risk 'tit-for-tat protectionism' that threatens world economy (22 Mar 2018). The Gurdian. URL: https://www.theguardian.com/us-news/2018/mar/22/trump-sanctions-tariffs-china-trade-wars

Why tariffs are bad taxes (31 Lug 2018). The Economist. URL: https://www.economist.com/the-economist-explains/2018/07/31/why-tariffs-are-bad-taxes