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L’Europa ci vuole male. O no?

Il DEF e le promesse non mantenute del Governo


Mancano sei giorni alla consegna del bilancio 2019. Il 13 novembre, infatti, sarà il termine ultimo per concordare il piano economico e finanziario italiano per l’anno venturo, altresì chiamato Documento di Economia e Finanza (Def). Il Governo ha già stilato quello che vorrebbe venisse implementato nel resoconto del budget, accordandosi e armonizzando le varie promesse delle rispettive campagne elettorali (salvo poi rimuovere qualche punto). L’unico piccolo ostacolo nella magnifica via gialloverde è, però, che il piano finanziario governativo deve passare al vaglio del braccio esecutivo dell’Unione: la Commissione Europea. Ma procediamo per gradi.

Il Presidente della Commissione Europea e il Presidente del Consiglio italiano

Innanzitutto, il Def è lo strumento principale di pianificazione economica di un Governo. Ogni anno il Governo di una Nazione ha il compito di progettare come verranno gestiti i fondi a disposizione, giustificandone le spese e facendo i conti con il debito pubblico e il deficit in relazione al prodotto interno lordo (PIL). Fra le misure del Def 2019 avremmo trovato le seguenti:

 

  • la “Flat Tax”, ovvero un’aliquota unica del 15% per le partite IVA al di sotto dei €65.000 (in pratica un'estensione del regime dei minimi per le partite IVA al di sotto dei €30.000). Sarà introdotta con un’estensione ridotta e verrà poi estesa gradualmente;[1]
  • il famosissimo Reddito di Cittadinanza, sbandierato in campagna elettorale dal M5S e che ha portato a tutto un nuovo filone di ‘meme’ e umorismo sull’Internet italiano. Poi tolto dalla bozza di bilancio;[2]
  • il blocco per l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto (IVA), che costerà allo Stato €12,5 mld. Questo nonostante il fatto che un aumento dell’imposta avrebbe garantito una maggiore flessibilità sul bilancio pubblico da parte della Commissione;
  • l’introduzione della Quota 100 per le pensioni. In breve, avendo una soglia minima di 38 anni di contributi, la somma della propria età anagrafica e degli anni di contributi deve raggiungere la quota minima di 100. Anche questa misura è stata poi rimossa dalla proposta;2
  • molte altre manovre come: il rilancio degli investimenti pubblici; il taglio dell’imposta sugli utili d’impresa (IRES) per le aziende che reinvestono i propri profitti e che assumono più lavoratori; norme sulle polizze RCAuto, per eliminare le tariffe differenziate per base geografica; un incremento delle tasse su tabacchi e gioco d’azzardo; incentivi per chi effettua lavori di miglioramento dell’efficienza energetica (Ecobonus) e l’estensione della cedolare secca (la tassazione del 21% sulle rendite d’affitto) anche agli immobili commerciali;
  • ma soprattutto: il deficit al 2,4%.[3]

 

Oltre alla rimozione di due importanti misure, cavalli di battaglia elettorali come il Reddito e il superamento della Legge Fornero (con la Quota 100), la prima causa di attrito con la Commissione è proprio questo ultimo deficit al 2,4%. Chiariamoci, nella legge europea uno stato può dichiarare un deficit fino al 3%, cioè può spendere massimo fino al 3% in più della differenza fra entrate e spesa statali e il PIL. Ancora più semplice: uno Stato può spendere massimo il 3% in più di quanto incassa. Cioè, se lo Stato italiano incassa (figura un PIL di) €100, può spendere massimo €103, ovvero €3 in più. Ovviamente il PIL di un’economia come quella italiana non è così basso. Nel 2017 l’Italia si aggirava intorno ai €1,934,797.94 mln di PIL, per esempio.[4]

Commissario europeo per gli affari economici e monetari e il Ministro delléconomia e delle finanze italiano

Ma quindi, se il bilancio porta con sé un deficit entro i limiti della legge, come mai si è alzato questo enorme polverone? La risposta è semplice: nonostante sia tecnicamente e legalmente possibile chiedere un deficit del 2,4%, l’Italia ha un debito pubblico molto alto, oltre il 130% del suo PIL.[5] La richiesta europea di abbassare la richiesta di deficit nel bilancio non è altro che una mossa per salvaguardare l’economia italiana. A un prima occhiata può sembrare che l’UE voglia mantenere un gap fra le due potenze continentali di Francia e Germania e la povera, maltrattata Italia. Ma, in realtà, la richiesta di sforare in modo così forte, quasi alla soglia del legale, può spaventare il mercato e i suoi investitori creando una situazione di sfiducia nei confronti del mercato italiano. Gli investitori crederanno che l’Italia non abbia alcuna intenzione di diminuire il proprio debito pubblico, bensì che voglia solo spendere di più per dare un contentino all’elettorato, un capriccio infantile agli occhi della Commissione. Così facendo quel gap non andrebbe a diminuire, ma aumenterebbe soprattutto sotto forma di spread, cioè la differenza fra i titoli di Stato decennali tedeschi e quelli italiani.

Inoltre, non poche volte il Ministro Di Maio si è accanito contro le agenzie di rating in diversi talk show e programmi televisivi serali. Come se le agenzie di rating fossero un male che vuole vedere quei pochi Stati prosperare e impoverire tutti gli altri, come se potessero fisicamente togliere i soldi dal bilancio di uno Stato. Se non fisicamente, però, le agenzie di rating possono “togliere” soldi dal bilancio di una Nazione sotto forma di investimenti mancati. L’Italia e il suo Governo devono ricreare una certa fiducia nella mente degli investitori per piazzarsi meglio sul mercato. Un buon rating da parte di agenzie come Fitch, Moody’s o Standard & Poor’s può aiutare uno stato ad attrarre investimenti esteri e rimpinguare le casse della nazione.

Matteo Salvini che mostra su Facebook come si mangia l'elettorato grillino per colazione

L’economia internazionale non può essere decisa dalla semplice differenza tra i soldi che ho in tasca e quelli che voglio spendere. Non a caso il Ministro Tria si è erto a pacificatore fra il governo congiunto di Lega e M5S e la Commissione Europea. Purtroppo, la sua linea mediatrice non ha vinto. Le minacce di sanzioni economiche all’Italia cominciano a farsi sentire, con un 13 Novembre che si fa sempre più vicino. Eppure, invece che sistemare il deficit, si è preferito rimuovere altri punti in cui l’elettorato ha creduto quel 4 marzo 2018.

Marco Rossi


Marco Rossi, dopo la Laurea Triennale in Lingue, Cultura e Società della Cina all'Università Ca' Foscari di Venezia, e un semestre in exchange a Pechino alla Beijing Normal Uniersity, è ora di base a Londra in procinto di completare un MSc in Antropologia alla London School of Economics and Political Science. Fa parte di BridgeMakers fin dalla sua nascita, contribuendo agli aspetti di monitoring, content creation e scrittura dei progetti.


[1] https://www.panorama.it/economia/tasse/flat-tax-ecco-per-chi-potrebbe-partire-da-subito/

[2] https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-11-01/reddito-cittadinanza-e-quota-100-fuori-manovra-i-risparmi-governo-punta-convincere-l-ue-140859.shtml?uuid=AERW4QZG

[3] Tutti i dati qui elencati possono essere consultati al seguente link: https://www.panorama.it/economia/legge-di-bilancio-2019-le-cose-da-sapere/

[4] https://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.MKTP.CD?locations=IT

[5] https://www.tpi.it/2018/09/30/rapporto-deficit-pil/